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mercoledì 29 gennaio 2014

India Calcutta: città della gioia... d’andar via. L'esperienza diretta di un Otrantino, Guido De Benedetto, a Calcutta.

INDIA
Calcutta: città della gioia... d’andar via

Prefazione

L’India, terra rinomata per la sua tradizione, ricca di mistero, fascino, storia e arte, è per molti, meta di un viaggio strabiliante alla scoperta di un luogo che, per i suoi miti e leggende, rimane il sogno da realizzare.
Molti rimangono affascinati da essa perché vivono il "mistico" che c’è nell'aria (dicono) - io sento solo puzza - altri perché attratti dalle bellezze geo-artistiche, altri ancora perché trovano l’habitat ideale per dimenticare l’occidente e altri, infine, si rifugiano in essa, per qualche malefatta nel loro paese di origine.

Oggi, l’India, è considerata una potenza economica in rapido sviluppo e tecnologicamente avanzata (?), ma per apprezzare questa considerazione bisogna viverci e fronteggiare quotidianamente tutte le problematiche alle quali si è sottoposti in questa terra cosiddetta dell’High-Tech, dove la quasi totalità dei lavori viene effettuata manualmente e dove la modernizzazione risale al tempo coloniale inglese se non addirittura antecedente.

Alcuni esempi banali:
le impalcature per i lavori edili sono realizzate in canna di bambù legate tra di loro con corde annodate dove gli operai, senza alcuna protezione, si arrampicano per poter lavorare;
la pitturazione viene eseguita con un pezzo di stoffa o spugna imbevuta nel colore, al posto del pennello;
l’impasto del calcestruzzo o della malta viene eseguito con una zappa e non meccanicamente;
i lavori di falegnameria vengono effettuati senza l’ausilio di macchine, utilizzando i classici utensili: sega, martello, scalpello, mentre la morsa è sostituita dai piedi che fermano il legno da lavorare;
la grandissima maggioranza delle abitazioni sono prive della lavatrice e la biancheria viene ancora lavata sbattendo gli indumenti su di una pietra e/o calpestandoli con i piedi, lungo i fiumi o sui terrazzi o cortili dei palazzi;
non si vedono autolavaggi;
non si vedono distributori di benzina automatici;
le lavanderie non sono dotate di adeguati macchinari per il lavaggio a secco;
i meccanici non hanno i pezzi di ricambio e tutto viene arrangiato alla meglio, a svantaggio della sicurezza e dell’ambiente, e così via dicendo.

1.- L’arrivo
Sono arrivato in India insieme alla mia famiglia (4 persone) per motivi di lavoro e pertanto con uno spirito diverso da quello del turista. 
Il luogo dove avrei poi svolto la mia attività era Calcutta ed è stata raggiunta alle 22.30 del 2 agosto 2005 in una serata afosa e uggiosa e dopo un viaggio alquanto fantasioso.
Il biglietto da visita della città è dato dall'aeroporto che versa in uno stato di abbandono quasi totale.
Terminate le incombenze doganali, lunghe ed estenuanti (gli indiani sono prolissi fino alla nausea), ci siamo portati all'uscita. Qui l’impatto è stato scioccante. Il piazzale antistante lo stabile si presentava in tutto il suo "splendore". Una moltitudine di gente di tutte le età seduta o sdraiata per terra oppure appollaiata su transenne, sputando una sostanza di colore scuro, occupava lo spazio pieno di sudiciume di ogni specie. Zig-zagando in mezzo a quella sporcizia abbiamo superato il piazzale e raggiunti i taxi, si presentava a noi un altro "spettacolo".
Gli autisti, vestiti alla meno peggio, si avvicinavano per accaparrarsi la corsa farfugliando una miriade di parole per noi incomprensibili, accalcandosi e costringendoci a forzare la barriera umana che creavano unitamente ai bambini, i quali, per qualche rupia, ci tiravano le valige per portale fino al taxi che sarebbe stato da noi utilizzato. Entrati in una di queste macchine e comunicata la destinazione all'autista siamo partiti (il 95% dei taxi sono le Ambassador, simili alla FIAT 1100 ma di dimensioni più grandi e privi di aria condizionata).
Il tempo era trascorso e l’orologio segnava la mezzanotte.
Appena fuori dall'area portuale, lo scenario non cambiava di molto. La strada era colma di auto, camion, autobus, motociclette, biciclette, risciò, gente e animali che circolavano in modo caotico, incurante gli uni degli altri. Un fetore indescrivibile fendeva l’aria e la rendeva ancora più irrespirabile.
L’autista, per scansare altri veicoli o persone suonava in continuazione, cambiava senso di marcia ed evitava con rocambolesche manovre, all'ultimo momento, l’impatto frontale con altri mezzi che provenivano dal senso di marcia opposto. Al-lu-ci-nan-te!
 Lungo la strada vi erano capanne di legno, di cartone, di stoffa dove la gente sdraiata o seduta dormiva o mangiava. Così per tutto il tragitto durato circa 50 minuti.

2.- L’albergo
Giunti in albergo, situato al centro di Calcutta (posto da evitare), ci attendevano altre sorprese. La portineria ci assegnava la stanza, una ‘executive room’ (costo 60 euro per notte, senza colazione) e ricevuta la chiave, ci siamo recati per poter dormire.
Entrati ci si è presentata una vista orribile. La stanza era buia con tende scure e sporche, i mobili di colore nero, vecchi e mal ridotti. Sul letto era disteso un drappo che tutto sembrava fuorché una coperta, i cuscini erano di colore indefinito. L’armadio, di piccole dimensioni, era suddiviso all'interno con piani in legno rivestiti con fogli di giornali pieni di polvere. La chicca era rappresentata dal bagno, luogo piccolo e scomodo, con un lavandino da cui traspariva il primario colore bianco e con la rubinetteria intrisa di grasso. Lo stato della "tazza" non lo descrivo. Attaccato al muro vi era un tubo che serviva da doccia. Le piastrelle non venivano lavate da secoli e le ragnatele al soffitto erano folte e nere.
Una stretta via divideva l’albergo da un fabbricato di fronte e lungo di essa, addosso alle pareti dei fabbricati, la gente lasciava i suoi "ricordini" fisiologici.
La situazione, molto imbarazzate per noi, era assai curiosa, perché le persone lo facevano con naturalezza, incuranti del via-vai che vi era in quel tratto di strada.

3.- La guest-house
Il giorno successivo, con gli occhi gonfi per la notte passata in bianco (si può immaginare perché), pagato l’albergo (nessuno sconto nonostante le rimostranze), siamo partiti alla volta di una guest-house che doveva essere la nostra temporanea dimora.
L’abitazione era formata da 4 grandi stanze, tutte arredate da una moltitudine di mobili vecchi sparsi ed inutili con sopra una miriade di suppellettili. Qui ha inizio un’altra avventura.
Il luogo era dotato di soli due piccoli armadi e della stessa fattura di quello dell’albergo, perciò abbiamo potuto sistemare alcune cose in questi mobili e tutto il resto è rimasto nelle valige.
Visitando la casa abbiamo notato che la cucina, nonostante venisse usata poco, era cosparsa di grasso e sporcizia.
Gli scarafaggi, di qualsiasi dimensione, erano presenti in ogni angolo della casa ed è stata una guerra cacciarli via. Abbiamo vissuto così per tre mesi.
Alla scadenza del terzo mese, finalmente, è venuto fuori un alloggio apprezzabile, dove abbiamo abitato per circa due anni.

4.- La città
Nei giorni successivi, facendo le prime uscite in città, ci si è resi conto della realtà in cui eravamo Capitati.
Calcutta (1) è una città in cui vivono ufficialmente circa 13 milioni di anime (censimento del 2001), ma ve ne sono molte, ma molte di più.
Le strade (?) a quattro corsie, due per ogni senso di marcia, quando non separate da spartitraffico, sono divise da una doppia striscia continua del tutto inutile. Infatti tutte le corsie vengono usate (anche contro mano), aumentando in questo modo la confusione preesistente. Tutti suonano all’impazzata, come se il suono li liberasse dalla situazione da loro stessi generata. Il traffico e gli ingorghi, così come l'inquinamento di Kolkata, sono memorabili. I tram che transitano sulla rete ferrata cittadina vecchia e fatiscente, anziché agevolare il traffico, lo intralciano ancora di più perché a causa della loro vetustà rimangono fermi per ore, aggravando in questo modo il caos preesistente.

(1) Calcutta è gemellata con le seguenti città: Karachi (Pakistan), Kumming (Cina), Long Beach (USA), Napoli (Italia), Odessa (Ucraina).

Questa città, oltre al traffico caotico e al disordine metropolitano, è contraddistinta da un’altra caratteristica.
Tutti i giorni viene scaricata, lungo le strade urbane, un’immensa quantità di spazzatura che qui rimane per diversi giorni fino a che non viene raccolta e portata via per far posto all'arrivo di quella più fresca".
Le discariche a cielo aperto sono visitate da cani randagi, topi, corvi e dai poveracci che si procurano il pasto.
Per strada si svolge ogni sorta di attività (il barbiere, il calzolaio, lo stiratore, il gommista, ecc). Lungo i marciapiedi vi sono una miriade di chioschi, bancarelle e "ristorantini" che vendono e preparano una quantità indescrivibile di prodotti.
Vicino alle fontane la gente effettua l’igiene personale, lava pentole e piatti (posate niente perché gli indiani mangiano con le mani), lava i panni, lava le
auto, pulisce e lava frutta e verdura ma anche il pesce. Gli avanzi vengono accantonati in un angolo dove possono rimanere per giorni fino all'imputridimento, emanando un odore nauseabondo che mescolato agli altri, danno il senso dell’aria pulita e dell’igiene che vige in questa città.
Uomini, donne e bambini -noncuranti di chi sta loro intorno- sputano, urinano e defecano per strada e la sera i senza tetto (la stragrande maggioranza della popolazione) si sdraiano a dormire dove durante la giornata è stata lasciata ogni sorta di sostanza umana e non.
Dal lunedì al venerdì gli spazi adibiti a verde pubblico, servono come pascolo per gli animali (mucche, pecore, capre, cavalli, ecc.), mentre il sabato e la domenica uomini, donne e bambini, utilizzano questi spazi per giocare a cricket, calcio, per sdraiarsi sul "prato", per consumare uno spuntino dove, però, durante la settimana, gli animali hanno concimato l’erba. Viva il verde pubblico!

5.-Servizi

5.1.- I supermercati
 I supermercati sono ancora molto lontani da accreditarsi questo appellativo. Hanno un’infinità di prodotti, ma mai quello che ti serve e spesso bisogna fare il giro della città per completare la spesa.
Apparentemente sono puliti, ma versano in uno stato di totale noncuranza da far spavento anche alle pantegane. Infatti la polvere regna sovrana e tutto ciò che si tocca è sporco se non addirittura unto o intriso di altre sostanze non ben definite.
La cosa più fastidiosa è data dalla moltitudine di persone presenti che, anziché cercare di rendere pulito il luogo di lavoro, infastidiscono i clienti con i loro "consigli" sui prodotti da acquistare e, nonostante si dica loro di non avere bisogno di aiuto, loro stanno lì appiccicati come zecche, seguendoti e ripetendo a mo’ di nenia le stesse parole, oppure prendendo le confezioni che tu hai scelto e, dopo averti comunicato il prezzo, le depositano nel carrello. Un servizio di grande efficienza e professionalità.

5.2.- I mercati
I mercati della frutta e verdura sono un’altra peculiarità di Calcutta. Luoghi affollatissimi, sorgono su degli spazi in terra battuta e spesso coperti con teloni di plastica per ripararsi dal sole o dalla pioggia, ma quando piove,
l’acqua che si insinua li rende inaccessibili. I corridoi che dividono le bancarelle sono disposti in modo da non consentire un agevole passaggio, reso ancora più difficile dal via-vai dei portantini che si intrecciano con i loro carichi sulla testa formati da grosse ceste di vimini.
Fare la spesa in questi luoghi è cosa ardua ed è resa ancora più difficile dalla sporcizia in cui versano.
Non descrivo i mercati della carne e del pesce perché sono una cosa indicibile, dove l’igiene è totalmente sconosciuta.

5.3.- Il telefono
L’ottenimento di una carta SIM per un telefono mobile, a Calcutta, è un’impresa non facile. La procedura può durare anche diverse ore. Dopo aver compilato il formulario, dove vi sono indicate le tue generalità, il tuo indirizzo e tutte le informazioni necessarie alla compagnia telefonica, fatta la fotocopia del passaporto, date due fotografie ed espletate altre incombenze del caso, si viene in possesso della SIM CARD che non è attiva immediatamente, bensì viene abilitata il giorno dopo.
All'attivazione del numero telefonico, viene fatto un controllo dalla compagnia telefonica per assicurarsi che il telefono sia intestato al richiedente.
Qualora i dati riportati nel formulario non dovessero corrispondere alla realtà, il numero telefonico viene disattivato e bisogna reclamarne l’attivazione, giustificando perché e per come hai fornito quel dato anziché quell'altro.
A me è stato staccato ben tre volte, poiché l'indirizzo indicato sul formulario era quello dell’ufficio, mentre io abitavo, anche se temporaneamente, in un’altra via. Evviva la privacy! Evviva la più grande democrazia del mondo!
5.4.- Il gas per la cucina
Non meno complicata è la procedura per ottenere una bombola di gas, perché a Calcutta non è distribuito il gas metano (un prodotto troppo retrogate per una terra come l’India, così tecnologicamente avanzata).
Una volta individuato il gestore (che deve essere obbligatoriamente del quartiere dove abiti), riempiti i formulari e pagato il deposito, si aspetta che il gas ti venga consegnato dopo qualche ora. NO! La consegna può essere effettuata anche dopo qualche giorno. Ho ottenuto la mia fornitura (2 bombole) dopo quasi una settimana e dopo aver sollecitato, anche in modo poco ortodosso, il responsabile alle consegne.
Stessa storia si ripete quando si deve sostituire la bombola terminata. In virtù del fatto che uno ha in dotazione due bombole, la consegna per la sostituzione di quella vuota può avvenire anche nell'arco di un mese dalla data della richiesta. Per questa ragione si può rimanere senza gas ancorché ci si sia dotati di due bombole. Si rischia così di rimane nuovamente con una bombola e si potrebbe avere la necessità di sostituirle tutte e due insieme.
Bene, qui sono guai. Far capire agli indigeni che tu hai necessità di due bombole, quando ne hai richiesta solo una, soltanto perché la sostituzione non è avvenuta in tempo per il ricambio, è un vero dramma.

5.5.- Banca
Nonostante la mia posizione fosse ritenuta "privilegiata", ciò non mi ha esonerato dalle disposizioni legislative indiane sul sistema bancario. La legge indiana prevede che si porti un "tot" di valuta straniera fuori dal paese, ma con giustificato motivo. Alla rupia non è consentita l’emigrazione (valuta di grande preziosità sulla quale posano le sorti economiche mondiali).
Per poter prelevare moneta dal proprio conto corrente in valuta straniera (nel mio caso Euro), bisogna presentare: l’originale e la fotocopia del passaporto, originale e copia del visto di permanenza in India, gli originali e copie dei biglietti arei (il giustificato motivo), compilare in doppia copia tanti moduli quanti sono i componenti familiari che si recano all'estero (i moduli non sono copiativi), poiché ad ognuno di loro compete un "tot" da prelevare ed aspettare due o tre giorni per poter ottenere i tuoi soldi.
Le banche infatti non sono fornite di valuta straniera e devono rivolgersi a delle società abilitate dallo Stato, per ottenere il denaro di cui necessitano.

6.- La popolazione
E’ da sfatare la nomea che il popolo indiano è mite, paziente e servile. Esso si manifesta, invece, tutto il contrario: impaziente, irascibile, attaccabrighe, pretestuoso, tracotante e maleducato.
Poiché gli indiani sono molto religiosi (hanno oltre un migliaio di dei) e per tale ragione festaioli, probabilmente tutto questo viene scambiato per mitezza.
Il fatto che la stragrande maggioranza della gente non lavora e resta appollaiata tutto il giorno, probabilmente ciò viene scambiato per pazienza.
Gli indiani giungono le mani in segno di saluto, probabilmente questo viene scambiato per servilismo.
L’indiano è di tutta altra pasta, ve lo posso assicurare. E più benestante è, più manifesta le caratteristiche negative summenzionate.

7.- La cucina
Per chiudere in "bellezza" la descrizione di questo paradisiaco luogo, bisogna citare la cucina. La cucina Indiana è una tortura per il palato. No, mi correggo: ne è la morte.
Tutte le pietanze, ad eccezione del riso bollito, sono piccanti all'inverosimile, direi infuocate. Ogni prodotto (pesce, crostacei, carne, pollo, verdure, legumi, ecc.), viene cotto con gli stessi ingredienti, cosicché il cibo assume lo stesso colore delle spezie usate (giallo, rosso, verde, marrone) e lo stesso sapore del peperoncino che, secondo gli indigeni, arricchisce il gusto.

8.- Conclusioni
Con molta probabilità questa parte di mondo avrà nel prossimo futuro la sua importanza, come viene diagnosticato da diversi analisti economici, ma al momento lascia molto a desiderare.
Lascia a desiderare soprattutto la mentalità retrograda e attanagliata alle tradizioni che nessuno, a qualsiasi livello, vuole abbandonare.
Ancora oggi, dopo millenni, la società è divisa in caste e benché siano bandite dalla legge, sono molto radicate anche nella popolazione meno abbiente. Evviva l’emancipazione!
A qualcuno potrà anche non piacere la descrizione così "cruda" ma non mi viene in mente nient’altro. Ho vissuto un periodo da incubo. L’unica nota positiva che mi porto appresso è lo scampato pericolo di infezioni o altro tipo di malattia che, invece, altri miei colleghi hanno avuto la sfortuna di contrarre.
I bengalesi dicono che per questa terra si piange due volte: la prima quando arrivi e la seconda quando parti.

Ad essere sincero io ho pianto una sola volta: quando sono arrivato.
Dopo questa favolosa esperienza mi viene solo di dire: addio India, addio per sempre!

Guido De Benedetto Otrantino doc.

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